Chi mi conosce lo sa: da un paio d’anni ormai il caffè ha scavalcato la birra nella lista delle cose che preferisco, piazzandosi al secondo posto.
Il primo è sempre occupato sempre e soltanto da “triangolino che ci esalta” per dirla alla Elio e le Storie Tese, come è giusto che sia, piazzata in pole position, inarrivabile, irraggiungibile da tutte le altre preferenze.
La birra è scesa, sia per la patente a punti, sia per le sbornie che in rare ma acute occasioni mi hanno trasformato in Barney Gumble (il beone dei Simpsons), e soprattutto per la mia vaga intenzione di trattare meglio il mio corpo (perché mi sta spuntando una pancia nuova su quella vecchia e non è che vorrei dimagrire, ma almeno rimanere come sono ora…), per il vecchio adagio di “tratta il tuo corpo come un tempio.
Sono caffeinomane e caffeizzato, tra casa e bar, almeno 3 al giorno, più gli extra. Un piacere il caffè, sia quello al tavolino del bar al mattino, che quello a casa, la sera, col gatto in braccia dopo la cena.
Ma stamani notizia pessima: il mio bar di fiducia da ottobre aumenta il prezzo del caffè: 10 centesimi in più, da 80 a 90… Quisquilie, direte voi… Sì però io sono un poveraccio, che acquista benzina e caffè (e fumetti) con domanda rigidissima, e questo 10 cent in più sono un colpaccio al portafoglio… Calcolate 10 cent in più al giorno, 2 caffè al giorno sono 20 cent al giorno, 1 euro in più ogni 5 giorni, il che vuol dire 6 euro in più al mese nella voce di bilancio “Caffè”…
Per un poveraccio come me è una mazzata…
Niente donne, niente soldi, la Juve in B… se ci si mette pure il caffè è proprio una congiura!
Per fortuna che non fumo…
Iniziamo questa nuova rubrica dei post con le parabole villanoviane, atte a insegnare qualche (più o meno) buona morale.
Narra un antico adagio che un omino stava andando ad un santuario a cavallo di un asino, con un cesto di fichi freschi attaccato all’equino.
Il tipo era abbastanza sazio, e nel salire verso il santuario tirava fuori i fichi, li guardava e ad ognuno diceva “Questo non è buono!” e lo tirava nel culo all’asino.
Tornando indietro dal santuario all’omino venne una fame boia, e ripercorrendo la stessa strada dell’andata ritrovava i fichi che aveva tirato in culo all’asino e li raccoglieva dicendo “Questo non c’è andato nel culo all’asino”.
La morale di questa parabola è semplice: è una questione di utilità, ci sono cose che a volte non ci servono a niente ma che nel momento del bisogno diventano utilissime, anche se prima le avevamo tirate in culo all’asino.
Perciò tutta le volte che ricercherete cose che avevate messo da parte, persone che non cagavate da un po’ e roba simile, nel momento della necessità ricordatevi di questa simpatica storiella.
Notare che la storia non voglia certo dire se il fatto di raccattare i fichi che erano andati in culo all’asino sia bene o male: sta alla vostra morale decidere questo…